Disastro a Genova crolla il Ponte Morandi

Genova, 14 Agosto.

Giorno di partenze, auto che corrono verso il porto. I sorrisi dei conducenti e dei passeggeri riempono il tempo e le strade.

Ma è una giornata particolare, diversa, il vento fresco sferza il caldo asfissiante dei giorni precedenti. La pioggia come spesso succede a Genova inizia a scendere copiosa.

Tutti noi inconsciamente speriamo sempre non si creino allagamenti e frane, accadimenti alla quale (noi Liguri) siamo ormai tristemente abituati negli ultimi anni.

La pioggia diventa sempre più fitta e insistente. Tuoni e qualche fulmine, il cielo si colora di un grigio intenso, succede spesso.

In mezzo a questi tuoni, un boato, sordo, immenso.

Purtroppo questa volta non è il temporale a causare danni e preoccupazione. Qualche minuto e i cellulari iniziano a illuminarsi e i video e le foto del ponte autostradale Morandi sulla Valpolcevera mozzato in due, circolano liberamente.

Stupore, incredulità, spavento, ancora non si capisce se si tratta di un crollo controllato oppure un terribile evento.

Passano i minuti, si susseguono i messaggi di amici e parenti che chiedono se va tutto bene.

Ormai è chiaro, non era controllato, è una catastrofe.

Molte automobili e camion sono rimasti colpiti in questo incidente.

I TG locali e nazionali iniziano a trasmettere in diretta l’evento e non serve molto tempo per comprendere che a causa del periodo e dell’orario la strada era molto trafficata e sicuramente molte persone si trovavano sul ponte.

Conoscendo il viadotto e l’altezza dello stesso, immaginare che sia presente qualche sopravvissuto dopo un salto di 100 m nel vuoto è praticamente impossibile.

Gli amici e i parenti iniziano a rispondere ai messaggi, tutti sembrano stare bene, nella nostra cerchia.

Poco importa però, che si sia stati colpiti in prima persona o no, si apre una ferita in tutti noi e una frase si ripete incessante nelle nostre menti “potevo esserci io lassù”.

Solo il caso, i programmi diversi di una giornata, ha fatto sì che quel giorno noi avessimo altro da fare.

Era una via di comunicazione utilizzatissima per raggiungere la riviera di ponente, l’aeroporto e parti vive della città.

Il tempo passa e alla TV inizia la conta dei morti, prima dieci, poi quindici, il numero continua a salire, inesorabile. Qualcuno è rimasto miracolosamente vivo, o sul bordo della strada crollata o dopo un volo di 100 m, ma sono pochi, pochissimi.

Il numero delle ambulanze con le sirene spiegate che corrono verso il Polcevera, purtroppo, non è lo stesso di quelle che tornano altrettanto velocemente verso gli ospedali, brutto segno. Passano le ore e la dimensione della catastrofe inizia a comprendersi.

Dopo qualche giorno la stima è precisa, i morti superano le 40 unità, 43 persone per precisione, tra questi molti giovani che andavano in vacanza, bambini, concittadini e turisti esteri, ragazzi che andavano a lavoro, padri e madri di famiglia.

Ognuno con la propria storia, ognuno con una storia che poteva essere quella di un altro.

Ora Genova è in lutto, per l’ennesima volta.

Ma Genova è anche unita, per l’ennesima volta, come dopo le alluvioni, pronta a ricominciare con le proprie forze.

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